martedì 4 maggio 2010

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Postato da italooggi, 22:01

...mozione di metodo su questo forum

Ciao a tutti,
non ho ancora letto tutto il post ma ho visto che è presente in molte pagine in rete.... In questo caso è meglio citare il link piuttosto che copiaincollare tutto il testo: è più comodo per la lettura, per gli ovvi riconoscimenti all'autore, per la formattazione originale.
Il dibattito può crescere tranquillamente qui leggendo il contenuto là; non perdiamo nulla e ci abituiamo anche ad una... ecologia del bit.
Presto leggerò tutto con calma e... grazie Luca per l'intervento.

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Postato da Lucaoggi, 18:59

Papalagi 2 (tempo)

Il Papalagi non ha tempo

Il Papalagi ama il metallo rotondo e la carta pesante, ama mettersi nella pancia molto liquido tratto da frutti uccisi e molta carne di maiale e bue e di altri terribili animali, ma sopra ogni cosa ama ciò che non si può afferrare e che pure è sempre presente: il tempo. E di questo fa grande scalpore e sciocche chiacchiere. Sebbene non ce ne sia mai più di quanto ne può stare fra il levarsi e il cadere del sole, lui non ne ha mai abbastanza.

Il Papalagi è sempre scontento del suo tempo e si lamenta con il Grande Spirito perché non gliene ha dato abbastanza. Sì, arriva a bestemmiare Dio e la sua grande saggezza, dal momento che taglia e ritaglia e divide e suddivide ogni nuovo giorno secondo un preciso sistema. Lo taglia proprio come si squarcia con il coltello una molle noce di cocco. E tutte le parti che taglia hanno un nome: secondi, minuti, ore. Il secondo è più piccolo del minuto, questo è più piccolo dell'ora; tutti insieme fanno le ore e bisogna avere sessanta minuti e molti più secondi prima di avere un'ora.

Questa è una faccenda molto complicata, che non sono mai riuscito a comprendere bene, perché mi fa star male rimanere più a lungo del necessario a riflettere su cose così infantili. Ma il Papalagi fa di questo un grande sapere. Gli uomini, le donne e persino i bambini piccoli, che appena si reggono sulle gambe, portano nei loro panni una piccola macchina rotonda appesa a una grossa catena che pende dal collo o è legata a un polso con una striscia di pelle, e in essa sanno leggere il tempo. Questa lettura non è affatto facile. La si insegna ai bambini, tenendo loro la macchina vicino all'orecchio perché si divertano.

Questa macchina, che si può facilmente portare su due dita tese, ha all'interno l'aspetto di una di quelle macchine che stanno nella pancia delle grandi navi, che voi tutti conoscete. Ci sono però anche macchine del tempo grandi e pesanti, che stanno ritte in piedi all'interno di una capanna o sono appese sulla punta più alta della casa e si possono vedere da lontano. Quando è trascorsa una parte del tempo, piccole dita poste sulla parte esterna della macchina lo mostrano, e nello stesso momento la macchina si mette a gridare, come se uno spirito battesse con forza contro il ferro del suo cuore. Sicuro, in una città europea c'è sempre un gran fragore quando è passata una certa parte del tempo.

Quando risuona questo baccano, il Papalagi si lamenta: «È un gran guaio che sia già passata un'ora». Di solito, dicendolo fa una faccia triste, come qualcuno che prova un gran dolore, sebbene dopo quella passata subito arrivi fresca fresca un'altra ora.

Non ho mai capito bene questa cosa e penso appunto che si tratti di una grave malattia. «Il tempo mi sfugge!» «Il tempo corre come un puledro impazzito!» «Dammi un po' di tempo!» Questi sono i lamenti più abituali che si sentono dall'uomo bianco.

Io dico che deve essere una strana sorta di malattia; perché anche supponendo che l'uomo bianco abbia voglia di fare una cosa, che il suo cuore lo desideri veramente, per esempio che voglia andare al sole o sul fiume con una canoa o voglia amare la sua fanciulla, così si rovina ogni gioia, tormentandosi con il pensiero: «Non ho tempo di essere contento». Il tempo è lì ma, con tutta la buona volontà, lui non lo vede. Nomina mille cose che gli portano via il tempo, se ne sta immusonito e lamentoso al suo lavoro che non ha alcuna voglia di fare, che non gli dà gioia e al quale nessuno lo costringe se non se stesso. Ma se poi all'improvviso si avvede di avere tempo, che il tempo è lì, oppure qualcuno gli dà dell'altro tempo (i Papalagi si danno sempre il tempo a vicenda, sicuro, niente è più altamente considerato di questo), allora gli manca di nuovo la voglia oppure è stanco del suo l avoro e senza gioia. E regolarmente vuole fare l'indomani ciò per cui oggi non ha più tempo.

Ci sono Papalagi che affermano di non avere mai tempo. Corrono intorno come dei disperati, come dei posseduti dal demonio e ovunque arrivino fanno del male e combinano guai e creano spavento perché hanno perduto il loro tempo. Questa follia è uno stato terribile, una malattia che nessun uomo della medicina sa guarire, che contagia molta gente e porta alla rovina.

Poiché ogni Papalagi è ossessionato dalla paura di perdere il suo tempo, sa anche molto bene (e non solo lo sa ogni uomo, ma anche ogni donna e ogni bambino piccolo) quanti soli e quante lune si sono levate e sono tramontate dal momento in cui egli ha visto la grande luce per la prima volta. Sicuro, questa è una cosa importante e quindi allo scadere di determinati periodi di tempo, si fanno grandi sacrifici con fiori e grandi banchetti. Quanto spesso mi sono accorto che molti credevano di doversi vergognare per me quando mi domandavano quanti anni avevo e io ridevo e non sapevo rispondere. «Ma devi pur sapere quanti anni hai.» Io tacevo e pensavo «È molto meglio che io non lo sappia».

Che età si ha, quante lune si sono viste. Questi calcoli e queste ricerche sono colme di pericolo, perché con ciò si capisce quante lune dura la vita della maggior parte degli uomini. E così ciascuno di loro sta attentissimo, e quando molte e molte lune sono trascorse, dice: «Dovrò presto morire». Così non ha più gioia e finisce che muore davvero.

Ci sono in Europa soltanto poche persone che hanno veramente tempo. Forse nessuna. Per questo, quindi, la maggior parte di esse corrono per la vita come una pietra che rotola. Tutti o quasi camminano tenendo gli occhi abbassati e dondolando le braccia avanti e indietro per andare più in fretta. Quando si vuole fermarli, gridano arrabbiati: «Perché mi disturbi? Non ho tempo, vedi piuttosto di usare bene il tuo». Fanno proprio come se un uomo che cammina in fretta avesse più valore e fosse più coraggioso di quello che cammina lentamente.

Ho visto un uomo farsi scoppiare la testa, roteare gli occhi e spalancare la bocca come un pesce che sta per morire, diventare rosso e verde e battere le mani e i piedi perché il suo servo era arrivato un momento più tardi di quanto aveva promesso. Quel minuto, lo spazio di un respiro, era per lui una perdita tanto grave che non si sarebbe mai potuta compensare. Il servo dovette abbandonare la sua capanna, il Papalagi lo scacciò e gli gridò «Mi hai rubato abbastanza tempo. Un uomo che non bada al tempo, non è degno di averne».

Una sola e unica volta incontrai un uomo che aveva molto tempo, che non si lagnava mai di averne perduto; ma era povero e sudicio e abbandonato. La gente gli girava al largo e nessuno aveva rispetto di lui. Io non compresi questo modo di fare, perché il suo passo era tranquillo e senza ansia e i suoi occhi avevano un quieto sorriso, silenzioso e gentile. Quando glielo domandai, il suo volto si piegò in una smorfia e disse con tristezza: «Io non ho mai saputo far uso del mio tempo, perciò sono un povero diavolo disprezzato da tutti». Quest'uomo aveva tempo, ma neppure lui era felice.

Il Papalagi impiega tutte le sue energie e consuma tutti i suoi pensieri per rendere sempre più pieno il suo tempo. Utilizza l'acqua e il fuoco, la tempesta, i lampi del cielo, tutto per trattenere il tempo. Si mette delle ruote di ferro sotto i piedi e dà ali alle sue parole, sempre per avere più tempo. E perché tutta questa gran fatica? Che cosa ne fa alla fine il Papalagi del suo tempo? Non sono mai riuscito a capirlo del tutto, sebbene lui faccia sempre tante parole e tanti gesti come se il Grande Spirito lo avesse invitato a un ricevimento.

Io credo che il tempo gli sfugga come una serpe sfugge da una mano bagnata, proprio perché lui cerca di tenerlo così stretto. Non gli lascia modo di riprendersi. Gli sta appresso e gli dà letteralmente la caccia con le mani tese, non gli consente alcuna sosta perché possa stendersi al sole. Il tempo deve essergli sempre accanto, deve dirgli e cantargli qualcosa. Ma il tempo è silenzioso e ama la pace e la calma e lo stare distesi su una stuoia. Il Papalagi non ha compreso il tempo, non lo riconosce per quello che è e perciò lo maltratta in quel modo con i suoi rozzi costumi.

O miei cari fratelli! Noi non ci siamo mai lamentati del tempo, lo abbiamo sempre amato; quando veniva non gli siamo mai corsi appresso, non abbiamo mai voluto né costringerlo né disfarlo. Per noi non è mai stato fonte di pena o di fastidio. Si faccia avanti quello fra noi che non ha tempo! Ciascuno di noi ha tempo in quantità; ma noi però siamo anche contenti e soddisfatti di lui, non ce ne occorre più di quanto ce ne è dato e ne abbiamo sempre quanto basta. Sappiamo di arrivare sempre abbastanza in tempo alle nostre mete e sappiamo anche che il Grande Spirito ci chiama secondo la sua volontà, anche se non abbiamo contato il numero delle nostre lune. Dobbiamo liberare il povero, smarrito Papalagi dalla sua follia, dobbiamo ridargli il suo tempo. Dobbiamo distruggere la sua piccola macchina del tempo e annunciargli che dal levarsi al calare del sole c'è molto più tempo di quanto un uomo può aver biso gno.


Buona vita a tutti.


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Postato da biagiooggi, 17:29

grazie Maria Teresa

Si però, a piancia piena, soddisfatti i primi bisogni, secondo la piramide di Maslow, meno gente è disponibile a fare la rivoluzione.
Poi noi italiani, per carità non tutti, usi A PIEGARCI, con la Francia o con la Spagna, purchè si magna...per la giustizia sociale, la solidarietà, il prossimo...LA LIBERTA'...in questa fase storica, sembriamo assopiti.
Per la pasta, per restare allo stomaco,quando penserai di ordinarla, casa mia si presta bene come deposito.

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Postato da Matioggi, 16:03

e anche il sugo

Anche se una rivoluzione forse non guasterebbe....  direi che possiamo organizzarci a breve per una nuova fornitura. Faccio richiesta dei listini aggiornati e poi procediamo.

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Postato da Manueloggi, 15:24

cassoni a pagamento

pensa se sapessero che possedere uno di questi cassoni di cemento comporta i sacrifici e le rinunce di una o più vite...
quante risate!!!!



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Postato da biagiooggi, 14:31

La Padania e la democrazia

Esprimo un mio parere...ovviamente mi piacerebbe leggerne altri sullo stesso argomento.
Vedere ministri della Repubblica Italiana, con il fazzoletto verde della Padania nel taschino, ed ora anche il Presidente del Piemonte, mi sembra una incongruenza.
Intonsa la libertà di tutti di esprimere il proprio parere, esiste tuttavia un rispetto istituzionale.
Se il fazzoletto è il simbolo di un partito...nemmeno nei periodi più ideologizzati, di aspro confronto , ho mai visto ad esempio sindaci coooomunistissimi, avere al bavero il simbolo del PCI, in veste "UFFICIALE DI RAPPRESENTANTE DI UNA ISTITUZIONE".
E' l'auspicio di una entità agognata, sognata, sperata ?Bè intanto, la Padania come istituzione non esiste, non credo sia mai esistita.
Noi Piemontesi abbiamo votato per la Regione Piemonte, poi ciascuno immagina megliore per se La Padania, la Savoia, o il marchesato di Baratonia...
Ma chi rappresenta l'istituzione ...deve prima di tutto capire bene chi e cosa rappresenta.

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Postato da Alessandro Ballaurioggi, 12:22

Protagonismo...

Complimenti !! come protagonismo fai un baffo al Cavaliere , ma comunque me ne ero già accorto in passato...

Credo che la maggior parte di chi legge e di chi scrive avrebbe vissuto bene anche senza questa pubblica ammissione di poca tolleranza al confronto e alle critiche.

spero che pochi si strapperano le vesti per la dipartita dal sito del Sig. Lamon visto che questa bassa temperatura e questa umidità potrebbe portar loro malanni.

a Italo dico "Noi tireremo diritto"  :-)

Alessandro Ballauri


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Postato da fablamoggi, 11:19

Richiesta di cancellazione

Ciao Italo e ciao a tutti gli utenti,

mi riferirò in prima persona ad Italo, perchè è con lui che ho mantenuto i contatti dopo aver deciso di non scrivere più su questo sito.

Mi sono preso molto tempo per pensarci, per ponderare bene questa decisione: ho ripensato agli interventi di alcuni utenti del sito (tutti gli interventi in generale, non per forza qualcuno in particolare), e anche ad alcune tue "provocazioni" (google e apple e quello sull'Australia, soprattutto) e ho deciso che è il caso di lasciare il sito come utente (non come redattore della parte ANPI e LCUPPT, dove ho preso un impegno con altre persone che intendo rispettare).

Ti chiederei quindi gentilmente di cancellare il mio profilo e tutti i miei interventi con esso.

E' una decisione drastica e che sicuramente non ti farà piacere (come admin per il lavoraccio che ti sto per far fare e come utente e "amico di tastiera", possiamo dirlo?), ma penso che davvero si sia oltrepassato il limite del rispetto, più negli interventi che nelle tue "provocazioni", che sono invece pacate, anche se io le trovo fuori luogo (preferirei un intervento in assemblea o uno scritto privato all'attuale direttivo, rispetto ad una crocifissione pubblica, ma è una mia opinione e può essere sbagliata) e non fondate (ma potrei sbagliarmi pure qui).

Purtroppo la discussione non è più nè pacata nè serena nè corretta: noto con dispiacere che gli interventi dei membri di LCUPPT vengono esortati anche con metodi e termini provocatori (neanche fosse una sfida, neanche fosse un obbligo scrivere su questo sito), vengono fatti paragoni, allusioni,mistificazioni atte a danneggiare, criticare in maniera non costruttiva e mettere in cattiva luce LCUPPT (in nome di non si sa bene che cosa) e nel momento in cui qualcuno tenta di spiegare le ragioni del gruppo o dà delle opinioni che non sono quelle della maggior parte degli altri utenti del sito viene etichettato come il professorino con la verità in tasca che pensa che tutti gli altri siano degli idioti, oppure come un talebano censore.

Questo non lo accetto, io ho solo un'opinione diversa da quella degli altri e non mi sono mai permesso su questo sito di dare epiteti di questo genere a chi la pensava in maniera diversa da me.

Lacassa.net oramai mi sembra più un tribunale dove viene processato LCUPPT che un sito di opinione.
Non è lo spirito che vorrei vedere in lacassa.net, non è lo spirito per creare una comunità migliore.

Mi sbaglio? Non ho capito gli interventi degli altri utenti? Sono davvero un professorino presuntuoso talebano censore?
Possibile, ma tra i miei mille difetti penso di avere un pregio, ossia quello di essere trasparente, di dire quello che penso sempre e comunque e di non nascondere mai nulla.
Per questo ho inserito questo ultimo mio post: per fare chiarezza, per dire esattamente ciò che penso e per dare una motivazione alla richiesta di cancellazione dell'account e degli interventi.

Rimarrò un lettore di questo sito e spero di poter tornare a scrivere, ma non ora e non con questo clima.

Saluti a tutti


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lunedì 3 maggio 2010

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Postato da Lucaieri, 23:52

Il Papalagi (europeo)

Dei cassoni di pietra, delle fessure di pietra, delle isole di pietra e di ciò che vi sta frammezzo

Il Papalagi vive in un guscio solido come una conchiglia marina. Vive fra le pietre come la scolopendra fra le fessure della lava. Le pietre sono tutt'intorno a lui, accanto e sopra di lui. La sua capanna somiglia a un cassone di pietra messo in piedi.

Una cassa che ha molti scomparti ed è tutta bucata.

C'è un solo punto in cui si può entrare e uscire da questa cassa di pietra. Questa apertura il Papalagi la chiama ingresso quando entra nella capanna, uscita quando ne esce fuori, sebbene entrambe siano una sola e unica cosa. In questa apertura c'è una grande ala di legno che bisogna spingere con forza per poter entrare nella capanna. Ma anche così si è soltanto al principio e bisogna spingere ancora parecchie ali prima di essere veramente nella capanna.

La maggior parte delle capanne sono abitate da più persone di quante ne vivano in un solo villaggio delle Samoa, perciò è necessario sapere con esattezza il nome della famiglia che si vuole andare a trovare. Poiché ogni famiglia ha per sé una parte speciale della cassa di pietra o sopra o sotto o più avanti. E una famiglia spesso non sa nulla delle altre, nulla di nulla, come se fra loro non ci fossero solo pareti di pietra, ma Manono, Apolima, Savaii (tre delle isole Samoa, n.d.r.) e molti mari. Spesso sanno appena il loro nome, e quando s'incontrano nel buco da cui si entra si fanno solo di malavoglia un cenno di saluto o si borbottano dietro come insetti ostili. Come se fossero infastiditi di vivere l'uno accanto all'altro.

Se la famiglia sta in alto, proprio sotto il tetto della capanna, allora bisogna salire molti rami a zig-zag o in tondo, fino a che si arriva al punto dove il nome della famiglia sta scritto sul muro. Lì ci si trova davanti un grazioso capezzolo femminile finto sul quale si preme fino a che risuona un grido che chiama la famiglia. La famiglia guarda attraverso un piccolo buco rotondo munito di piccoli ferri, per vedere se si tratta di un nemico. In tal caso non apre. Se invece riconosce l'amico, allora subito slega una grossa ala di legno, accuratamente serrata, e la tira verso di sé, in modo che l'ospite attraverso Il passaggio possa entrare nella capanna vera e propria. Questa è a sua volta divisa da molte ripide pareti di pietra, e si passa di ala in ala, da un cassone a un altro cassone sempre più piccolo. Ogni cassone, che il Papalagi chiama stanza, ha un buco (quando è grande anche due o tre) attraverso il quale entra la luce. Questi b uchi sono chiusi con un vetro, che si può togliere quando si vuole far entrare aria fresca nei cassoni, cosa quanto mai necessaria. Ci sono però anche molti cassoni senza buchi per l'aria e per la luce.

Un samoano morirebbe ben presto soffocato in questi cassoni, perché qui non passa mai un soffio d'aria fresca come in qualsiasi capanna delle Samoa. E anche gli odori della cucina cercano una via d'uscita. Spesso però anche l'aria che viene da fuori non è migliore; e si fatica a capire come una creatura qui non debba morire, come per la nostalgia dell'aria non diventi un uccello, come non gli crescano le ali per potersi levare in volo e andarsene dove c'è aria e sole.

Ogni cassone ha un suo uso particolare. Il più grande e più illuminato serve per i ricevimenti e gli incontri della famiglia o per le visite, un altro per dormire. Qui sono stese le stuoie, vale a dire esse stanno sollevate su un traliccio di legno che ha delle lunghe gambe, affinché l'aria possa passare sotto le stuoie. Un terzo cassone è per consumare il cibo e per fare le nuvole di fumo, un quarto serve a raccogliervi le scorte di cibo, nel quinto si cucina, e nell'ultimo e più piccolo ci si bagna. Questo è il luogo più bello di tutti. È ricoperto di grandi specchi, il pavimento e decorato con un rivestimento di pietra colorata e nel mezzo c'è una grande conca di metallo o di pietra in cui scorre acqua che è stata al sole e acqua che non è stata al sole. In questa conca, che è molto grande, addirittura più grande della tomba di un capo, ci si entra per ripulirsi e lavarsi di dosso la molta polvere dei cassoni di pietra. Naturalmente ci sono anche capanne con più cassoni ancora. Ce ne sono persino di quelle in cui anche ogni bambino ha il suo cassone e anche ogni servo del Papalagi; sicuro, persino i suoi cani e i suoi cavalli hanno i loro cassoni.

Fra questi cassoni il Papalagi trascorre dunque la sua vita. Sta ora in questo, ora in quel cassone, secondo l'ora e il momento. I suoi figli crescono qui, alti sopra la terra, spesso più alti di una palma adulta, in mezzo alle pietre. Di tanto in tanto il Papalagi lascia i suoi cassoni privati come lui li chiama, per trasferirsi in un altro cassone, riservato ai suoi affari, per i quali non vuole essere disturbato e non vuole avere intorno donne e bambini. In queste ore le donne e le fanciulle stanno nella cucina e cuociono il cibo, o tirano a lucido le pelli da piedi, o lavano panni. Quando sono ricche e possono tenere dei servi, sono questi che fanno il lavoro, mentre loro vanno a fare visite o a prendere nuove provviste.

In questa maniera vivono in Europa tante creature quante sono le palme che crescono a Samoa, anzi, molte di più. Alcune hanno il desiderio di boschi e di sole e di molta luce, ma questa in generale e considerata una malattia che bisogna combattere dentro di sé. Quando qualcuno non è soddisfatto di questa vita di pietra, si usa dire che non è normale.

Questi cassoni di pietra si trovano spesso molto numerosi l'uno accanto all'altro, come uomini spalla a spalla, e in ciascuno vivono tanti Papalagi quanti ce ne sono in un villaggio delle Samoa. A un tiro di pietra, dalla parte opposta, si leva un'altra fila di uguali cassoni, anch'essi spalla a spalla, e anche in questi abitano tante persone. Così fra le due file c'è soltanto una sottile fessura, che il Papalagi chiama strada. Questa fessura spesso e larga quanto un fiume e coperta di dure pietre. Bisogna camminare a lungo per trovare un tratto libero; ma qui sfociano altre fessure frammezzo ad altre case. Anche queste sono lunghe come ampi corsi d'acqua dolce e le loro aperture laterali sono anch'esse fessure di pietra del la stessa lunghezza. Così si può camminare per giorni interi in queste fessure fino a perdersi, prima di arrivare a vedere un bosco o un pezzo di cielo azzurro. Fra le fessure solo di rado si vede il vero colore del cielo poich é, dal momento che in ogni capanna si trova un fuoco e spesso anche molti fuochi, l'aria e sempre piena di fumo e di cenere come per l'eruzione di un grande cratere. Quest'aria piove giù nelle fessure, così che gli alti cassoni di pietra sembrano melma delle paludi e gli uomini hanno terra nera negli occhi e nei capelli e sabbia fra i denti.

Ma tutto ciò non impedisce agli uomini di correre in queste fessure da mattina a sera. Sicuro, ce ne sono molti che trovano in ciò uno speciale piacere. In alcune di tali fessure in particolare c'è una gran confusione e la gente vi scorre dentro come un denso limo.... Queste sono le strade in cui si trovano giganteschi cassoni di vetro dove stanno esposte tutte le cose di cui il Papalagi ha bisogno per vivere... panni, ornamenti, copricapi, pelli per le mani e per i piedi, provviste di cibo, carne, e vero nutrimento come frutti e verdure e tante altre cose ancora. Lì esse stanno esposte agli occhi di tutti, per attirare le persone. Nessuno però può prendere qualcosa anche se ne ha grande necessità, per far questo occorre uno speciale permesso e si deve fare omaggio di un sacrificio.

In queste fessure i pericoli vengono da ogni parte, perché la gente non solo corre intorno, viaggia e cavalca a destra e a sinistra, ma si fa anche trasportare in grandi cassoni di vetro che corrono su nastri metallici. Il fragore è grande. Le tue orecchie ne sono stordite, poiché i cavalli battono con i loro zoccoli sulle pietre, gli uomini vi camminano battendo con forza le loro dure pelli da piedi, i bambini strillano, gli uomini urlano di gioia o di spavento, tutti gridano. In tutto quel rumore non riesci neppure a farti capire.

Tutto questo insieme... i cassoni di pietra in cui vivono tante persone, le alte fessure di pietra che corrono su e giù come mille fiumi, gli uomini che vi camminano dentro, le grida, il rumore, la sabbia nera e il fumo sopra ogni cosa, senza un albero, senza cielo azzurro, senza aria pulita e senza nuvole, tutto questo è ciò che il Papalagi chiama una città. Una sua creazione di cui va molto fiero. Sebbene qui vivano tante persone che non hanno mai visto faccia a faccia un albero, mai un bosco, mai cielo aperto, mai il Grande Spirito. Uomini che vivono come gli animali che strisciano nella laguna e dimorano sotto i coralli, per quanto questi almeno abbiano la limpida acqua del mare che li lava e il sole che filtra con il suo fiato caldo. È davvero fiero delle sue pietre il Papalagi? Non lo so. Il Papalagi è un individuo con strani pensieri. Fa molte cose che non hanno alcun senso e che lo rendono malato, e tuttavia ne vanta i pregi e ne canta le lodi.

Parlavo dunque della città. Ci sono però molte città, alcune grandi, altre piccole. Le grandi sono quelle dove vivono i massimi capi di un paese. Tutte le città sono sparse come le nostre isole nel mare. Talvolta si trovano alla distanza di una semplice nuotata, spesso però anche a un intero giorno di viaggio. Tutte le isole di pietra sono collegate fra di loro da sentieri ben segnati. Ci si può arrivare però anche con la nave di terra, che è lunga e sottile come un verme e sputa continuamente fumo e scivola veloce su fili di metallo, più veloce di una barca a dodici remi in piena corsa. Se invece vuoi mandare a un amico che sta su un'altra isola solo un saluto non hai nessun bisogno di andare da lui o di scivolare su quei nastri metallici. Soffi le tue parole in fili di metallo, che vanno come lunghissime liane da un'isola di pietra all'altra. E arrivano, più veloci di quanto possa volare un uccello.

Fra tutte le isole di pietra c'è la cosiddetta campagna, come si chiama in Europa. Qui la terra è bella e fertile come da noi. Ci sono alberi, fiumi e foreste, e qui ci sono anche veri villaggi. Nonostante le capanne siano anche qui di pietra, tuttavia sono circondate da piante con molti frutti, e la pioggia le può bagnare da ogni lato e il vento può poi asciugarle.

In questi villaggi vivono uomini con animo diverso da quelli di città. Si chiamano contadini. Hanno mani più rudi e callose e panni più sporchi degli uomini delle fessure, sebbene abbiano assai più da mangiare di quelli. Ma loro non ci credono e invidiano quelli che chiamano fannulloni, perché non devono toccare la terra e metterci la semente e trarre i frutti. Vivono in ostilità con quelli, perché devono dare loro il nutrimento che viene dalla terra, devono cogliere i frutti che poi l'uomo delle fessure di pietra consuma, devono custodire e allevare il bestiame fino a che è ben grasso e anche di questo devono poi cedere loro la metà. In ogni modo devono faticare molto e procurare il cibo per tutti gli uomini delle città, e non vedono bene la ragione per cui costoro debbano avere panni più belli e mani più bianche e non siano anch'essi a sudare sotto il sole e a gelare sotto la pioggia.

Ma l'uomo che vive nelle fessure di pietra di questo non si preoccupa molto. È convinto di aver maggiori diritti dell'uomo della campagna e che le sue opere abbiano maggior valore che non il deporre o estrarre frutti dalla terra. Questa inimicizia fra le due parti non è però tale che fra loro vi sia guerra. In generale il Papalagi, sia che viva in città fra le fessure, sia che stia in campagna, trova che tutto va bene così com'è. L'uomo della terra ammira il regno degli uomini delle città di pietra quando ci viene, e l'uomo delle fessure di pietra canta grandi arie e gorgoglia quando passa nei villaggi dell'uomo della terra. L'uomo delle fessure lascia che l'uomo della terra ingrassi innaturalmente i maiali e questi lascia che l'uomo delle fessure di pietra costruisca i suoi cassoni di pietra.

Ma noi, che siamo liberi figli del sole e della luce, vogliamo restare fedeli al Grande Spirito e non vogliamo appesantirgli il cuore con le pietre. Solo creature smarrite, malate, che non stringono più la mano di Dio, possono vivere felici fra fessure di pietra senza sole, ne luce, né vento. Concediamo al Papalagi la sua dubbia felicità, ma spezziamo in lui ogni tentativo di costruire anche nelle nostre soleggiate contrade i suoi cassoni e di uccidere la gioia di vivere con pietre, fessure, sporcizia, rumore, fumo e sabbia, come è suo intendimento.


Buona vita a tutti.


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domenica 2 maggio 2010

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Postato da biagiooggi, 18:14

Marcia della Pace

C'è qualcuno che ha in programma di partecipare alla marcia per la Pace, Perugia-Assisi del 16 maggio, o conosce qualche organizzatore?
Mia moglie vorrebbe andarci.
Personalmente, a malincuore, mi spiace non accompagnarla.
Non ho mal di piedi per le troppe marce, ho l'anima/o frastrata dai non risultati sperati, da tante marce.
Ho ancora nelle orecchie l'urlo ...il popolo unito non sarà mai vinto...l'annuncio che il generale Prats...leale ad Allende, andava in suo soccorso.. e invece... 
Ero nel corteo tra le chiese di piazza san Carlo, ove oggi c'è il palco papale.
Ho ancora negli occhi la mobilitazione spontanea all'annuncio del rapimento di Moro...uscivo da un corso all'ENEL di via Bologna.
Ovviamente non avevo la fascia da sindaco...il buon Mattutino...vieni, vieni, io ne ho una di riserva in macchina.
Che dire poi di altra manifestazione, sempre per Moro, dove vi erano le bandiere dei partiti popolari....con Braiato che sulla R4 di Leo, dipingeva lo scudo crociato della DC su un drappo bianco, per Rolle Ottavio...ecc....ecc...ecc....
C'è anche una bandiera della pace nel mio orto, anche lei logora!
Pace, biagio

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Postato da biagiooggi, 17:51

mercatino

mecatino del...non usato.
Ho un palo sagomato, con supporto rettangolare in lamiera, su cui fissare plancia e cesto per palla volo.
Pensavo di posizionarlo con un basamentino...però penso sempre troppo in grande e poi agisco come posso.
Il supporto con il cesto l'ho poi messo a muro che non è il massimo della razionalità.
Le pallonate con palla non pulitissima che centrano il muro...vabbè...
Quindi il palo è a disposizione, ovviamente gratuita, a chi fosse interessato....per portarlo occorre un camioncino che si trova da amici.
biagio

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